Letteratura - Ultime schede

Ultimi aggiornamenti:  02/03/2012 Notizie e segnalazioni 

Prossimi libri commentati:

Bajarse al moro (José Luis Alonso de Santos) edizioni Catedra                                                                                Grazie per il fuoco (Mario Benedetti) edizioni La Nuova frontiera

Dov'è finita Dulce Veiga? Un romanzo di serie B   NUOVO/NEW     >>Visualizza la copertina

Genere: Romanzo   Autore: Caio Fernando Abreu   Editore: La Nuova frontiera 2011  Giudizio: 7,5/10  

Inizio a leggere il mio primo libro di Caio Fernando Abreu e quello strano inciso (un romanzo di serie B), quasi una scusa, mi appare del tutto fuori luogo; sono coinvolto, sin dalle prime righe, in una scrittura dinamica, vivace, a tratti esotica per la sensibilità di un lettore europeo. Scene di carattere urbano si fondono con richiami della tradizione religiosa più antica, il desiderio di stabilità affettiva con una sessualità aperta tipica di una civiltà tropicale; una lettura senza dubbio emozionante.

Ci troviamo a San Paolo: un giornalista disoccupato di circa quarant'anni trova, dopo lungo tempo, un impiego in un modesto giornale cittadino; suo primo compito: intervistare un gruppo rock femminile emergente. Nel corso dell'intervista compare il nome di Dulce Veiga, una cantante molto amata che da molti anni ha fatto perdere le proprie tracce senza un motivo apparente. Il legame tra la leader della band giovanile e la diva scomparsa daranno il via a una ricerca, finanziata e sostenuta dal giornale stesso, che per il protagonista si trasformerà in un'ossessione personale.

Purtroppo, tra invocazioni agli Orixàs (divinità religiose afro-brasiliane) e precoci travestiti minorenni, abbandoni sentimentali ed efficaci descrizioni di un'esistenza vissuta in ristrettezze, la trama rivela una progressiva debolezza, risultando scontata e un po' deludente per il lettore; l'epilogo in particolare mi è sembrato, questo sì, di serie B.

Certo, il romanzo è del 1990 e durante gli ultimi vent'anni un gran numero di pellicole hanno reso familiari, senza colpa dell'autore, scelte di per sé inusuali come quella che scoprirete compiere Dulce Veiga; è tuttavia innegabile come, da un certo punto del testo in poi, si possano prevedere facilmente le scene successive, come in un film già visto.

Anche il personaggio principale correva il rischio di un déjà-vu (quanti 30-40enni confusi sono protagonisti della narrativa attuale?) ma qui Abreu ha saputo mantenere un equilibrio magico nella caratterizzazione di un uomo in bilico tra giovinezza e maturità, etero e omosessualità, libertà e integrazione; un personaggio complesso perché vero.


Nonostante i dubbi notevoli sulla storia in sé, è un libro che ho letto con molto piacere e che mi ha messo alla ricerca di altri titoli dell'autore tradotti in italiano; ammetto però di essere tra quei lettori che privilegiano lo stile, il come si narra, rispetto a cosa si narra; mi sento invece di sconsigliarlo a chi, in un romanzo, attribuisca un rilievo maggiore a consistenza, articolazione e originalità della trama. Una nota finale di apprezzamento per la veste grafica delle copertina, che al pari degli altri titoli della collana Il Basilisco, evidenzia una raffinata scelta delle immagini e dei font utilizzati.

[inserita il 02/2012]

Apocalisse in pantofole         >>Visualizza la copertina

Genere: Romanzo    Autore: Francesco Franceschini     Editore: Verbavolant 2011    Giudizio: 7,5/10

La fine del mondo per difetto. Privato dei suoi elementi vitali il pianeta va lentamente spegnendosi:

           Per primo toccò al vento.

Smise di soffiare e le ceneri soffocavano le città

Dalla scomparsa del vento è un susseguirsi di fenomeni incomprensibili: la pioggia si rifiuta di cadere; gli animali abbandonano in massa le città; una situazione di giorno in giorno più dura, tra razionamenti energetici e limitazioni pratiche di ogni tipo. Ma il declino non sembra raggiungere un punto d'arresto e la caduta del mondo prosegue monotona verso una prevista, quanto latitante, tragedia finale.

In questo clima di apatico disfacimento nessuna azione, nessun evento sembrano definitivi: anche quando il cielo muterà in rosa, lasciando colare una sostanza ignota sulla Terra, il mondo si ostinerà a sopravvivere.

Il racconto di questa insolita Apocalisse è svolto da Edoardo Balzani, piccola stella locale (al suo attivo la vittoria in un reality) che vive di spettacolo:

se spettacolo può definirsi presenziare alle nozze degli estranei.

Celibe, una storia con una ventitreenne quattro anni prima, spendevo la mia unica abilità:

non possedere alcun talento a parte far credere a tutti che così non fosse.

Attorno a lui gli amici Giovanni e Michele, rispettivamente assessore comunale alla cultura e scrittore di discreto successo, entrambi più irrequieti di Edoardo, con il quale hanno un rapporto consolidato ma che sembra reggersi essenzialmente sulla consuetudine.

Dalle frasi essenziali d'apertura, il lettore è coinvolto attraverso un ritmo sostenuto e suggestioni eterogenee (il documento d'attualità nel descrivere il mondo dei media, l'incanto in stile manga attorno al mistero del piccolo Corso) dosate con gusto e misura; la fantasia dell'autore infatti, anche se lasciata molto libera, non ci guida mai verso situazioni artificiose o grottesche.

A dispetto del suo curriculum, Edoardo è molto critico nei confronti della società attuale; esprime però il suo dissenso con onestà, considerando anche le proprie debolezze e contraddizioni, senza porsi al di sopra del prossimo:

Passai tre giorni di isolamento auto imposto,

  

poi finii le scorte d’acqua e mi avventurai a comprare qualche bottiglia di minerale. 

  

Si distribuivano con una tessera che rilasciava il Comune. 

  

Luco mi aveva detto che potevo averne più d’una, io avevo replicato:

  

“Non saprei, sto cercando di non farmi proprio schifo”, ma alla fine per paura accettai.

 

Grazie a questa consapevolezza riesce ad evitare la facile scorciatoia di giudizi definitivi; a proposito del disagio dell'amico Giovanni, che per anni ha mostrato un'immagine falsa di sé, infatti nota:

 

nasceva dalla sua coscienza un topino che lo mordicchiava

  

un po’ alla volta, che lo tentava a essere sincero col suo elettorato, con gli amici.

  

A presentarsi per ciò che era, trasparente.

 

I personaggi del romanzo si muovono in un'ambientazione imprecisata, attraverso eventi nei quali è appena percepibile la presenza della famiglia, quasi che nella lenta agonia del mondo ogni tipo di legame fosse destinato a sciogliersi. E' questo un tratto molto particolare per un romanzo italiano, che verrà smentito solamente nelle pagine finali, quando la nuova unione di Edoardo rappresenterà il dato di speranza in uno scenario di totale incertezza.

 

Dal punto di vista formale il testo è costituito in gran parte da dialoghi brevi e serrati, ma è nelle parti descrittive che a mio avviso si esprime al meglio lo stile esuberante dell'autore:

 

Sopra gli oceani le nuvole se ne stavano sfrangiate e perse:

  

stracci caduti dall’ultimo piano sul tetto di una serra.

 

---

  

Una volta bevevamo il vento. Lo scrivevano i cantautori;

  

lo facevano i ragazzi in sella alle moto; lo speravano

  

i suicidi in picchiata dal decimo piano, a bocca aperta, per morire ubriachi.

 

Si incontrano anche, con una certa frequenza, aggettivi e similitudini inusuali; in genere funzionali alla narrazione, in alcuni casi suonano invece troppo “cercati”, almeno per il mio orecchio.

 

La chiusura del romanzo si svolge in una splendida cornice marina, attrverso un epilogo dal sapore magico nel quale le domande espresse nel corso della narrazione non riceveranno risposte definitive.

Il finale aperto e la mancanza di coordinate (luoghi, collocazione temporale) suggeriscono che l' autore abbia voluto presentare, senza dichiararlo esplicitamente, il degrado del mondo attuale più che di un ipotetico futuro; per usare una sua felice espressione, non saremo già adesso capaci solo di aspettare la fine in un bar?

 

 

[inserita il 10/2011]

Trama de niebla         >>Visualizza la copertina

Genere: Poesia     Autore: Felipe Benitez-Reyes      Editore: Tusquets 2003     Giudizio: 9/10

La raccolta intitolata Trama de niebla, comprende l' intera produzione poetica di Benitez Reyes fino al 2003, dagli esordi a Escaparate de venenos, in una veste grafica molto elegante secondo l'uso delle pubblicazioni spagnole del genere.

Autore con una sensibilità ed un uso del linguaggio attualissimi, pone al centro della sua opera lo scorrere del tempo, in una riflessione che trova i suoi scenari ideali in un' auto che corre nella notte (la splendida Road Blues), nel ricordo del fuoco dell' estate  (Sombras de verano), nell' ansia di un uomo in fuga (Acudiendo a la cita); ambientazioni inusuali nella poesia anche recente che nella loro modernità suggeriscono un debito al mondo del cinema. 

Rappresentante della cosiddetta “Poesia dell' esperienza” Felipe Benitez-Reyes si distingue dagli altri esponenti della corrente suddetta per un utilizzo cristallino della lingua e dei mezzi retorici, per uno stile limpido e fortemente evocativo:

  dispuesto a no volver atrás la vista | para que nada enturbie esa mañana | diafana mañana que posee |

  el inquietante brillo de las tentaciones | que a veces confundimos con la vida

    (da Las ilusiones).

Costante il richiamo all' estate, una stagione poco celebrata in poesia di cui il poeta gaditano ha saputo ben individuare ed esprimere le connotazioni vitali. In altri momenti FBR si muove invece sul terreno di un' elaborazione astratta priva di coordinate spaziali e temporali, attorno a sole riflessioni interne:

  El deseo es un modo de pensar, | la construcción | de un castillo de nieve, porque el sueño | 

  de una rosa de oro nada añade | a la milagrosa insignificancia | de la rosa fugaz por verdadera

    (da Escaparate de venenos)

 
Quasi del tutto assenti invece componimenti di soggetto amoroso od erotico, particolarità che ritroviamo però anche in altri esponenti della Poesia de la experiencia (ad es. L. García Montero), secondo la tendenza a trattare il tema all' interno di situazioni composite od attraverso le suggestioni non esclusive del ricordo.

La poesia di FBR posa lo sguardo anche su sé stessa, fin dalle sue prime prove e con un fondo di scetticismo sul proprio ruolo e quello della letteratura in generale:

  Bien sabes que estos años pasarán | que todo acabará en literatura: | la imagen de las noches, la leyenda |

  de la triunfante juventud y la ciudades | vividas como cuerpos.

    (da El dibujo en el agua)

Come prodotto editoriale, pur apprezzando la veste grafica ed il costo contenuto, devo dire di non condividere la scelta, presente anche in analoghe collane italiane, di non inserire alcun commento od introduzione alla raccolta: trovo che sia una grave mancanza d' attenzione verso un pubblico che apprezzerebbe senz'altro un aiuto alla comprensione dei testi. Il destinatario di un' opera completa è inoltre, con ogni probabilità, un appassionato che intende approfondire la conoscenza di quello specifico autore, per cui tale scelta appare ancor meno giustificata.

Chiuse le pagine del libro si comprende l' affermazione con cui un altro poeta spagnolo contemporaneo, Benjamín Prado, ha definito la scrittura di FBR: “facile da leggere, difficile da dimenticare”; rimane infatti nell' aria il sentimento di una gioventù ardente, delle estati che sono state il cuore della nostra vita, e dalle quali, raggiunta la maturità, può essere necessario fuggire:

  Por eso ahora conduzco hacia la helada | noche de otro lugar | porque quiero olvidarme del verano |

  Porque qualquier verano se confunde, | porque qualquier verano se parece | al último verano de una vida.

    (da Road Blues)

[inserita il 07/2011]

 

Del mangiare carne         >>Visualizza la copertina

Genere: Saggio     Autore: Plutarco    Editore: Adelphi 2001    Giudizio: 8/10

ll libro consiste in tre brevi saggi intitolati: “Del mangiare carne”, “Gli animali usano la ragione”, “L'intelligenza degli animali di terra e di mare”, e rappresenta il pensiero di una parte della società greca del I secolo d.C. in merito al rapporto tra l' uomo e le altre specie animali.

Come chiarito nell' interessante e completa introduzione, l' opinione prevalente era rappresentata dalla concezione (di derivazione Aristotelica) del predominio del genere umano, con il conseguente diritto a disporre delle altre specie secondo la propria utilità. La visione di Plutarco rifiuta invece questo assunto giudicandolo contrario all' idea di Giustizia; le argomentazioni presentate mostrano un rispetto per gli animali molto profondo, che ha poco a che fare con la compassione quanto piuttosto con la consapevolezza della dignità e bellezza della vita animale.

Per Plutarco astenersi dal consumare alimenti a base di carne dovrebbe essere conseguenza di semplici ed incontrovertibili osservazioni: la conformazione nell' uomo di un apparato digerente inadatto ad un suo consumo, la necessità di nascondere il reale sapore dei cadaveri animali tramite elaborate tecniche culinarie. Ma l'affermazione più tristemente vera è a mio avviso quella sull'abitudine a cucinare in eccesso, determinando ad ogni pasto lo spreco di vite animali inutili persino al nostro nutrimento. Basta pensare qui, al nostro quotidiano: nel rifiutare un piatto di carne nemmeno ci rendiamo conto, per l' abitudine, di star gettando nella spazzatura un animale ucciso esclusivamente per finire sulla nostra tavola.

Delle tre parti che costituiscono il testo la prima mi è apparsa la più densa ed efficace, se non altro per il fatto che i saggi successivi, trattando della razionalità o intelligenza animale, si muovono su un terreno che ai nostri giorni è sicuramente meno controverso. Ciò non toglie che la quantità di esempi descritti e la stringente capacità di analisi dell' autore ne facciano una lettura di indubbio interesse.

Il valore di questo testo consiste nel rivelarci uno sguardo diverso sul nostro rapporto con gli animali, incentrato sul senso estetico e dell' armonia propri della cultura greca classica; lontano dalle considerazioni odierne sulla tragedia dell' allevamento intensivo ma ugualmente necessario per acquisire consapevolezza su una questione così rilevante.

[inserita il 07/2011]

Bugiardi e innamorati         >>Visualizza la copertina

Genere: Racconti     Autore: Richard Yates      Editore: Minimum fax 2011   Giudizio: 8,5/10

Ho scoperto Richard Yates solo alcuni anni fa attraverso una raccolta di racconti, sempre per Minimum fax, intitolata Undici solitudini; ho letto in seguito quello che viene considerato il suo capolavoro, il romanzo Revolutionary road, che mi era però apparso inferiore a quelle brevi storie di meschinità e debolezza.

In Bugiardi e innamorati ho ritrovato un autore poco incline a tacere le parti peggiori dell' animo umano, ma con una differenza sostanziale: se in Eleven kind of loneliness il fallimento si configurava invariabilmente come totale, mettendo in scena il crollo definitivo dei suoi personaggi, qui l' autore lascia accesa una luce di speranza. Un ripensamento, uno scatto di volontà o di coraggio sembrano impedire a questi uomi e donne di annullarsi senza appello: un attimo prima del baratro Yates, questa volta, concede un cambio di rotta, una chance ulteriore. In nessuno dei sette racconti sappiamo cosa ci sarà nel futuro dei suoi protagonisti (come accade invece nel tragico finale di Revolutionary road), ma l' inaspettata spinta al cambiamento sul finire di ogni storia, lascia il lettore propenso ad una conclusione lieta, per quanto incerta.

Questa scelta, pur esaltando il valore di un autore che evidentemente non si basa su una visione sclerotizzata dell' uomo, non permette però a questi racconti di eguagliare la potenza (negativa) dell' altra raccolta; d' altronde, sempre l' abitudine a paragonare ogni testo con un corrispettivo classico o capolavoro del genere ha delle controindicazioni: ci impedisce di gustare appieno degli splendidi libri come questo, che sarà senz' altro una delle migliori uscite editoriali di questo 2011.  [inserita il 03/2011]

La piazza del Diamante         >>Visualizza la copertina

Genere: Romanzo     Autore: Mercè Rodoreda     Editore: La nuova frontiera 2008    Giudizio: 8/10

 

 

"e con le braccia sul viso per difendermi da non so che, lanciai un urlo d' inferno. Un urlo che dovevo portarmi dentro da molti anni, e con quell' urlo, così ampio che aveva fatto fatica a passarmi per la gola, dalla bocca mi uscì un pezzetto di niente, come uno scarafaggio di saliva...e quel pezzetto di niente che mi era vissuto tanto tempo dentro era la mia giovinezza che fuggiva con un urlo che non sapevo bene cosa fosse...distacco?"


Questa descrizione vale da sola la lettura di un romanzo inconsueto, incentrato sui riflessi psicologici della vita e della guerra civile su una donna dalla spiccata sensibilità. Natàlia, o Colombetta, soprannome datole dal futuro marito Quimet al loro primo incontro, sembra subire ad ogni occasione la propria vita senza riuscire ad opporre resistenza: l' arroganza di Quimet, i suoi progetti lavorativi che ricadono sulle spalle di lei, la sua partecipazione alla guerra civile. Allo stesso tempo Natàlia è una lavoratrice concreta, non frenata, in apparenza, dall' impatto sulla sua psiche delle costrizioni di Quimet, e dalla miseria che attraverserà nel periodo della guerra: in questo è facile individuare un tratto caratteristico dell' animo femminile, dove le difficoltà di ogni tipo non intaccano la capacità di provvedere alle necessità con il duro lavoro, là dove molti uomini sarebbero crollati sotto le proprie delusioni.

La figlia Rita sembra seguire lo stesso destino accettando la proposta di matrimonio di Vincenç, un ragazzo bellissimo ma inizialmente lontano dai suoi desideri; Natàlia stessa del resto si era risposata con Antoni, un uomo onesto e premuroso, lasciando nel lettore la sensazione di un' incapacità di fondo nel rifiutare le svolte, determinate da altri, alla la propria esistenza.

 

Per il tenore introspettivo del romanzo i fatti narrati sono attinenti alla più stretta quotidianeità, e forse la cifra del romanzo è proprio questa, come chiarito nella citazione di apertura tratta da una poesia di George Meredith: - Mia cara, queste cose sono la vita -. [inserita il 03/2011]


Quel che resta del giorno         >>Visualizza la copertina

Genere: Poesie     Autore: Alessandro Parronchi      Editore: Le Càriti 2001    Giudizio: 8,5/10

 

I versi di Alessandro Parronchi sono caratterizzati da una purezza radicale; una lingua neutra non corrotta da registri linguistici estremi, permeata di una naturale semplicità che assimila la lettura ad un ascolto.

L' assenza nelle sue poesie di termini alti od elaborate costruzioni sintattiche, di rivelazioni o magie evidenti, sorprende il lettore che non riesce ad individuare immediatamente le cause del loro straordinario risultato; neppure il cedimento ad una concisione artefatta, alla ricerca della frase memorabile riescono a trovare una breccia nella scrittura del poeta fiorentino.

 

Ciò nonostante, versi difficili da dimenticare sono sparsi un po' ovunque in questa piccola raccolta:


“Un ricordo ti raggiunge nel momento | che pensavi ormai d' esser fuggito | e ti rimane in cuore”

“C' è un modo antico d' essere, di perdersi: | in quest' aria che passa io lo ritrovo.”

“Amai la solitudine dei chiostri | ma non senza che a un tratto diventasse | un incubo vedermici rinchiuso”

“Il tuo viso tra la folla. Riaffondiamo | insieme in un passato | dove vivo se non in noi?”


Temi centrali sono il ricordo, il declinare degli anni, la perdita: ad essi Parronchi infonde una luce personalissima, quotidiana e classica allo stesso tempo, distinguendosi nettamente dai suoi contemporanei sul piano stilistico; l' analisi lucida e consapevole della propria vita crea inoltre una premessa razionale alla sua poesia, che risulta controllata, incapace di cedere all' angoscia od al rimpianto eccessivi.


Trovare nelle librerie le raccolte edite negli anni passati da Garzanti potrebbe risultare difficile; per chi volesse, l' opera in versi fino al duemila è disponibile presso l'editore Polistampa.  [inserita il 01/2011]

 

Frase del mese           (Dicembre 2011) 

Aveva peccato, ma aveva scontato. E quand'era uscito di là dentro aveva cercato una città che non sapesse nulla di lui. L'aveva trovata. Vi aveva camminato dapprima come un inseguito, lungo i muri, con gli occhi bassi, osando appena guardare gli altri, stando spesso rinchiuso, buono con chi gli serviva da mangiare, con chi gli tagliava i capelli, con chi gli augurava il buongiorno.

  

Piero Bigongiari

 

da "Il botteghino del lotto" in                                                                                    "Il sole della sera" Passigli 1994

 

Frase del mese           (Ottobre 2011) 

Schivare il concreto è uno dei fenomeni più inquietanti della storia dello spirito umano. [...]. Lo slancio del gesto di partire, l' audacia avventurosa delle spedizioni in terra remota, ingannano circa le loro motivazioni. Non di rado si tratta semplicemente di evitare quanto ci sta dappresso, poiché non siamo all'altezza di affrontarlo

 

Elias Canetti

da “Potere e sopravvivenza” Adelphi 1974

Frase del mese           (Luglio 2011) 

Lisbona, perfino a quest' ora, è una città talmente sprovvista di mistero come può esserlo una spiaggia di nudisti, dove il proiettore del sole mette brutalmente in risalto natiche piatte e seni senza coni d' ombra di profondità, nudisti che il mare sembra abbandonare sulla sabbia come i ciottoli tondi della bassa marea


Antonio Lobo Antunes


da “In culo al mondo” Einaudi 1996

Frase del mese           (Gennaio-Febbraio 2011) 

Prima di tutto noi siamo una razza religiosa, che è un altro modo per dire che siamo una razza alla ricerca di ciò che è giusto.


Jack London


da “Il pericolo giallo” in “Rivoluzione” Mattioli 1885 (2007)

Nota d' uso

Le valutazioni espresse in queste pagine riflettono esclusivamente il mio gusto personale, senza alcuna pretesa di oggettività o autorevolezza.